Senza categoria: Quando le aspettative creano illusioni

3 febbraio 2015

Un week-end intenso tra Trieste, Gorizia, Asolo, dopo un altrettanto intenso tra Alba, Barolo, Morra, Sinio, luoghi tutti dove si mangia bene e così, per il mio 56° compleanno, non potevo che scegliere nei dintorni di dove vivo, un locale griffato dal nome esotico e programmatico. Sarà he per il tipo di vita che conduco sono alquanto smaliziato e difficilmente mi incantano i racconti, ma qui è davvero tutto un po’ surreale. Hanno tre proposte menu “tentazioni golose”, “Tentazioni marine”, “Sensazioni tattili”, dove non ti è dato sapere cosa mangerai, ti chiedono solo se hai delle incompatibilità alimentari o se c’è qualcosa che proprio non ti aggrada. E poi ti “confezionano” un menu da far “divertire”. Il maître insiste sull’ottimo rapporto qualità-prezzo di questi menu. Rimango interdetto, ma poi mi prende la curiosità per il terzo, “Sensazioni tattii”: otto portate, un calice di champagne e tre di vino, che si chiama. Chiedo il perché di questo nome e mi risponde “perché i sommelier toccano il taste vin”. Bah!!! Questo mangiare alla cieca non fa per noi questa sera! E così scegliamo dal menu à la carte. Tutte proposte complicate, arzigogolate da cucina più chiacchierata che praticata. Scegliamo alla fine la cosa che ci pare più semplice: un antipasto di vitello con carciofi e tartufi d’Acqualagna. E un secondo piatto di filetto di vitello biologico con tortino di patate, Castelmagno, spolverati di tartufo di Acqualagna. Per il vino e l’acqua, poi, una complessa e cerimoniosa scelta: quale acqua tra 4-5 proposte? E per il vino ci hanno portato un tablet. Peccato che naviga in su, naviga in giù, a destra e a sinistra, i vini che cercavo non ci fossero. E così ho ripiegato su un Montepulciano d’Abruzzo 2012. La tavola essenziale, il tovagliolo ci è stato posato sulle gambe e come entrée ci hanno portato un bicchiere con una spuma di farina Perla di Vicenza con seppie e un cannolo ripieno di crema di caprino e il pane della casa. Arrivano finalmente i piatti e, non so perché, mi si inchioda in testa l’idea che aldilà dei bei nomi, dei racconti, è un po’ come mangiare in nave: la carne è di una consistenza irreale, sia le fettine dell’antipasto, sia il filetto. Come se non ci fossero fibre. Il tortino di patate un purè industriale. Di buono solo il profumo di tartufo e il vino. Non capisco proprio questa insistenza sul biologico, sul naturale, quando senza essere dei gourmet si percepisce senza dubbio che si tratta di piatti e di alimenti preconfezionati. Anche quelli del tavolo vicino non si sono fidati del menu proposta e hanno scelto à la carte. Il maître ci ha chiesto se ci siamo divertiti e, a costo di sembrare screanzato, gli ho detto che non avevo mai mangiato carne così artificiosa, innaturale. Non ho visto la sua faccia, ha sbiascicato qualche parola “Eh, sa, i vitelli…”. I vitelli, penso io, quelli allevati in batteria, altro che a rincorrere le loro mamme sui pascoli. Il conto è stato proporzionale alle illusioni: poco più di 80 euro a testa. E dire che la settimana prima avevo mangiato dell’ottima carne e del tartufo con quattro palanche da Silvana, a Le Arcate a Sinio. E a mezzogiorno un antipasto freddo, un antipasto caldo di pesce e una tagliata di tonno alla siciliana in una meravigliosa terrazza vista mare al ristorante “La Tenda Rossa” di Trieste. Ottime le sarde in saor e l’orata mantecata; davvero intriganti i gamberi al cren e freschissimi i canestrelli. Il tutto con un fresco Tocai a 40 euro. Ma qui c’era buon cibo, non c’erano storie.


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